By Manuel Fanni Canelles


IT’S ALL RIGHT is a simple experiment whose aim is to insert the visuals from the contemporary art in an environment of the traditional film festival. It is also a cautious proposal to relax our views on the other side of the border. These Slovene artists don’t describe but they mark the paths, passing along the non-defined loops, in the continuous confrontation with disintegrated memory and unresolved thoughts. The latest in fact belong to the provisionary nature of the man.

They are visual stories, simple and ironic, distressing, debunking and poetic at the same time. With their different stylistic hallmarks, they dismiss pre-defined directions describing society as marked by discontent or just by emotion disorder.

From a formal point of view, we’re far from the pureness of the neo-Renaissance feel of Bill Viola or from the virtuosity of Studio Azzurro; here the artist has a pragmatic, less-sacred approach towards their own thought and the urgency of the story seems to revoke the mad run for the totally-certain outcome. Art is used with less regard or as a simple pre/text. The result on the screen is, maybe, a notepad to look through.

By transferring our attention (partly) towards the East we can come to the conclusion that at the end our dreams and our fears aren’t always in a need of the sophisticated acoustics.

And in fact, the ambient of the instable architecture of the thoughts that really the foyer of the lyric theatre with its magnificent surroundings can change into an empty room, the mental space open for the unease, the formal solutions to free oneself from the forms of the classic beauty.
One monitor will give the voice to the video intervention “Expansions”, the projects concentrating on the contamination between Slovenia and Croatia, here presenting a work of the young Italian artist. In the tentative, to open in the same frame the debate on the various visions and different stylistic approach.

 

 

IT’S ALL RIGHT è semplicemente una prova, un tentativo di innestare  nell’ambito  di un festival cinematografico tradizionale, processi visivi propri dell’arte contemporanea. Ma è anche la cauta proposta di (ri)posare il nostro sguardo oltre un confine.

Questi artisti sloveni non descrivono ma tracciano percorsi, percorrono sentieri obliqui, non definiti, si confrontano continuamente con una memoria trascurata, con pensieri non risolti. Che appartengono di fatto alla natura provvisoria dell’uomo.

Sono racconti visivi al contempo semplici e ironici, angoscianti, dissacranti e poetici che, con differenti cifre stilistiche escludono direzioni predefinite descrivendo una società segnata dallo scontento o semplicemente dal disordine delle emozioni.

Da un punto di vista formale, siamo lontani dalla purezza neorinascimentale di Bill Viola o dal virtuosismo di Studio Azzurro; l'artista qui ha un approccio pragmatico, meno sacrale, nei confronti del proprio pensiero e l’urgenza del racconto sembra annullare la corsa fanatica al risultato ultra definito; l'arte è utilizzata con meno riguardo o come semplice pre/testo. Il risultato in video è, forse, un blocco di appunti da sfogliare.

Trasferendo, dunque, la nostra  attenzione (parzialmente) verso est ci potremmo accorgere che alla fine i nostri stessi sogni e le nostre stesse paure  non hanno sempre bisogno di un'acustica sofisticata.

Ed è infatti nell’ambito di questa architettura instabile di pensieri che proprio  il foyer di un teatro lirico, magnifico nel proprio spendore, si può trasformare in una stanza vuota, uno spazio mentale aperto al disagio, a soluzioni formali svincolate dai canoni classici di bellezza.