IKEBANA DI VOCI SULLA VIA DEI FIORI

 

 

di Maria Cristina Vilardo

 

Il gocciolìo dell’acqua, lento e insistente. E poi un silenzio sospeso, bianco, intenso. Deve cominciare da una sintonia interiore il viaggio dello spettatore che incontra «Ikebana - La via dei fiori», il testo scritto da Barbara Sinicco e affrontato dal regista Manuel Fanni Canelles.
Lo spettacolo, prodotto da Gruppo Immagine con la collaborazione di Studiopenspace, è andato in scena venerdì sera nel Teatrino di San Giovanni, dinanzi a una platea affollata e calorosa negli applausi.
Guardare l’azione nel suo svolgersi o recitarla, dunque essere spettatore o attore, equivale qui allo stesso cammino esperenziale dentro una parola penetrante, dolce e violenta, tesa come una freccia a scardinare il pensiero all’interno del dialogo.
Lui è un monaco in abiti moderni, un maestro, lei è la discepola in cerca dell’illuminazione. Aspra come la terra è la voce di lui, fremente come petali di un fiore reciso è la personalità di lei.
Giorgio Monte e Marta Comuzzi sono i personaggi, ma sono anche attori che in scena si muovono, seguendo l’antropologia teatrale di Eugenio Barba, ossia uscendo dalla «corazza di tecnica e seduzione» per mostrarsi indifesi «come il guerriero che si batte a mani nude». Il fiore reciso si fa emblema di vita e di morte, di cielo e terra, di bellezza e luce che illumina l’oscurità da cui siamo circondati. Ma, dice il messaggio del testo, che ne siamo consapevoli oppure no, la luce siamo noi. Per cui nulla è necessario fare per raggiungere l’«illuminazione», come nulla facciamo ogni mattina per far sorgere il sole. 
La parola non è solo intrisa di meditazione e silenzio, è anche risonanza musicale, vibrante e suggestiva nei richiami alla tradizione giapponese, così come ce li rimandano con voce e strumenti Chiara Minca e Andrea Medeot.
Avvolta in un chimono chiaro, Makiko Yamada ha innestato sulla scena la grazia interiore dell’ikebana. I video erano opera di Vladimir Senin e la ricerca sonora era ideata da Michele Spanghero.